La provincia di Belluno, zona di origine del formaggio Piave, è la parte più settentrionale del Veneto, incuneata tra il Trentino Alto Adige a Nord Ovest e Friuli ad Est. In questa zona troneggiano alcune tra le più famose e suggestive cime delle Dolomiti: dal Pelmo al Civetta, dal Cristallo all’ Antelao, dalle Tofane alla Marmolada, montagne “magiche” ai cui piedi si stendono boschi antichi e verdi vallate ricche di pascoli. Una montagna dura e difficile dove l’agricoltura, da tempi lontani, ha espresso una naturale vocazione all’ allevamento del bestiame da latte, date le difficoltà nel praticare le colture intensive tipiche della pianura.
Caratterizzato da un clima rigido con abbondanti precipitazioni nevose durante il periodo invernale e da estati brevi e fresche, il Bellunese rappresenta, anche per il carattere della gente, il tipico ambiente alpino, orgoglioso delle proprie tradizioni tramandate nel tempo attraverso l’esperienza e la narrazione orale.

L’inizio in forma estesa dell’attività di allevamento del bestiame da latte, in particolare bovine della razza Bruna Alpina, coincide per il Bellunese con il tramonto dello sfruttamento intensivo del patrimonio boschivo, in corrispondenza del declino della Serenissima Repubblica di Venezia sotto il cui dominio si trovava allora gran parte dell’attuale territorio provinciale. L’allevamento del bestiame da latte da parte dei piccoli proprietari di montagna e dei mezzadri di fondovalle, si pose allora come la più valida e naturale alternativa produttiva per la fragile economia rurale bellunese travolta dalla crisi della Serenissima.

In epoche a noi più prossime, a partire cioè dalla fine del secolo scorso, in relazione alla nascita dell’industria moderna nelle grandi nazioni dell’Europa centrale, il Bellunese, come molte altre zone montane d’Italia, conoscerà la grave crisi economica che porterà con sè il fenomeno dell’emigrazione ed il conseguente spopolamento del territorio. Proprio per fare fronte al massiccio esodo e quindi al drammatico degrado socio economico che ne conseguiva, nasce l’8 gennaio 1872 in una vallata bellunese, precisamente a Canale d’Agordo, su iniziativa del parroco locale don Antonio Della Lucia, una forma assolutamente nuova di gestione solidale delle poche risorse date dall’allevamento del bestiame da latte: è la prima latteria sociale cooperativa del neonato Regno d’Italia, kasèl nel dialetto locale bellunese, latteria “turnaria” nell’accezione più comune. L’idea di raggruppare i piccoli allevatori del paese per lavorare il latte “a turno” presso un unico “casello” , ottenendo in questo modo una riduzione dei costi di produzione ed un maggior guadagno, si impose durante quegli anni difficili in ogni piccolo centro della montagna bellunese, contribuendo in maniera determinante alla nascita delle locali tradizioni lattiero casearie e rappresentando al contempo una valida alternativa di lavoro al drammatico destino dell’emigrazione.

Con il passare del tempo, specie nel secondo dopoguerra, in corrispondenza degli sviluppi socio economici del periodo, molte di queste piccole realtà entrarono in crisi e furono destinate a chiudere; tuttavia ancora oggi, in molti paesi della montagna bellunese, è possibile trovare il ricordo di quelle prime latterie cooperative, dove si producevano burro, formaggi freschi dall’intenso sapore di latte chiamati appunto “latteria” e formaggi a pasta cotta destinati alla breve e media stagionatura.
In altri casi gli allevatori locali reagirono e, tornando ad associarsi, estesero la base sociale della cooperativa comprendendo allevatori di paesi vicini, costituendo latterie cooperative di dimensioni più grandi capaci di fronteggiare con maggior forza lo squilibrio di mercato tra agricoltura di montagna e agricoltura di pianura.

Queste cooperative, assieme ad altre strutture quali le malghe, “maiolere” nel dialetto locale, rappresentano oggi nel Bellunese il veicolo di trasmissione delle antiche regole dell’arte casearia rispettosamente applicate nella produzione dei formaggi tipici, nonchè delle realtà produttive la cui rilevanza in termini socio economici non può essere messa in discussione.
Allo stesso modo non può essere trascurato il fondamentale ruolo di salvaguardia ambientale svolto da queste strutture in quanto fattori di mantenimento e sviluppo del territorio: la presenza dell’uomo in montagna garantisce infatti da sempre, attraverso le tradizionali attività agricole e silvo pastorali, la conservazione di un equilibrio naturale dal quale dipende la sopravvivenza stessa dell’ambiente.